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Il centro della crisi PDF Stampa E-mail
Scritto da Tonino Perna   
da Il Manifesto

 

L'Italia è sempre stato un Paese che è stato governato dal Centro, dice Norberto Bobbio in un'intervista-saggio del 1993 raccolta da Marcello Sorgi. Ed aggiungeva profeticamente: «Pretendere che un nuovo sistema elettorale cambi completamente le tradizioni politiche di un Paese è velleitario». «Occorre perciò che questo governo scompaia definitivamente e che dia luogo ad una coalizione di tutte le forze responsabili guidata da una personalità democratica che goda della fiducia dell'Europa» scrive Eugenio Scalfari nel suo editoriale domenicale su Repubblica. Verso il Centro, dunque, né destra, né sinistra, ma tutti uniti per salvare l'Italia? Sono in molti a pensarlo, da Pisanu a Veltroni, chiamando a raccolta tutte le forze responsabili (verso chi?) per salvare il nostro paese.
Ma, che cosa significa governare dal Centro? In termini generali, si può dire che si governa sempre una determinata organizzazione umana - che sia un partito, un sindacato o un'azienda - mettendosi al centro tra posizioni opposte. Che, detto in altro modo, si può definire il centro un modo per mediare e governare tra interessi diversi e, alle volte, contrapposti. Nell'approccio aristotelico alla Politica che, va ricordato, coincideva con l'Etica, il centro è il giusto mezzo, il modo in cui la categoria della misura si pone come supremo criterio etico e definisce l'ideale umano della virtù. Infatti, per Aristotele, la virtù è medietà e rappresenta un giusto mezzo ugualmente lontano dai due estremi opposti che sono l'uno un eccesso e l'altro un difetto. È uno stare in mezzo che nulla ha a che fare con la media statistica, ma è indice di saggezza, il saper trovare quelle misure appropriate che vanno nella direzione del raggiungimento di un governo giusto della polis.
Ma, se ci riferiamo al campo politico nell'accezione di Pierre Bourdieu, quando parliamo di Centro intendiamo qualcosa di profondamente diverso dall'immagine aristotelica di centro come virtù, come saggezza nell'agire politico. La prima immagine che ci viene in mente è quella tratta dalla geometria euclidea: il Centro dello schieramento politico è quella parte che sta tra l'estrema Destra e l'estrema Sinistra. Esiste di per sé e comunque, in ogni luogo, a partire dalla Rivoluzione Francese. Ma quello che conta è quanto sia grande questo spazio politico che si definisce di centro. E chi rappresenta?
E qui veniamo ad una seconda immagine. Osservando una curva gaussiana, detta anche scherzosamente il «cappello del carabiniere», troviamo che la distribuzione della quasi totalità dei fenomeni naturali e sociali che osserviamo si distribuiscono in questo modo: una minoranza delle frequenze si colloca nella coda di destra e di sinistra della curva, mentre la maggioranza delle frequenze si trovano nel Centro.
In termini politici questa immagine si traduce nel fatto che per governare bisogna raccogliere il consenso della maggioranza della popolazione, che in occidente per molto tempo è stata rappresentata dal ceto medio, base fondamentale della stabilità delle democrazie occidentali. Finché il modo di produzione capitalistico ha permesso una mobilità sociale ascendente, finché la middle class ha continuato ad allargarsi, finché la crescita del Pil è continuata a tassi significativi, il sistema politico è stato governato dal centro, con un'alternanza di governi di centrodestra e centrosinistra, espressione quest'ultima del compromesso storico tra classe operaia e capitale nell'era della produzione fordista.
Dagli anni '80 negli Usa e '90 nella Ue questo modello, per ragioni note che qui non possiamo approfondire, è andato in crisi. Il ceto medio ha cominciato ad assottigliarsi, una piccola parte è salita verso la upper class ed una gran parte è precipitata in condizioni di semi-povertà e precarietà. La mobilità sociale da ascendente è diventata prevalentemente discendente, come hanno imparato a proprie spese le nuove generazioni che entravano nel mercato del lavoro. Infine, dal 2008 l'esplosione della crisi finanziaria più pesante dal dopoguerra, con i suoi oneri scaricati sui bilanci statali e quindi sui cittadini, con la fine della Crescita e l'entrata nell'era della Lunga Recessione, ha definitivamente fatto saltare questo sistema sul piano economico,sociale e politico.
Si è verificata una frattura, quella che René Thom ha definito come «catastrofe», vale a dire che abbiamo superato una certa soglia che porta alla rottura della forma sociale e politica precedente, che comporta una metamorfosi. Il Centro che oggi vediamo emergere con forza nel campo politico - in tutti i paesi occidentali - non è un punto di equilibrio, una mera espressione geometrica di rapporti di forza, un concentrarsi delle simpatie degli elettori verso un orizzonte comune. Il Centro politico che si va affermando in questi anni è uno spazio informe, una forma indefinita, estremamente instabile, che si presenta ogni volta che si ha un mutamento qualitativo, o passaggio di fase, nella storia.
La crisi sistemica viene presentata come una calamità naturale - si parla per l'appunto di tempeste o turbolenze finanziarie - come un «nemico esterno» da cui difendersi per sopravvivere. Non a caso il richiamo all'unità nazionale, alla salvezza del paese - predicato in Italia, come in Grecia, Spagna e negli stessi Usa - viene comunicato come se fossimo di fronte ad un disastro naturale o ad una aggressione esterna, ad una guerra.
Ed è in questa costruzione ideologica che si cela il grande imbroglio. Da questa crisi epocale non se ne esce tutti uniti appassionatamente, ma modificando radicalmente il modo di produrre, il cosa produrre e come distribuirlo tra classi e ceti sociali. Non c'è una via d'uscita che possa accontentare tutti, né c'è spazio per un patto tra produttori - cioè industriali e lavoratori - perché la rendita parassitaria si è ormai da tempo intrecciata con il profitto d'impresa, soprattutto della grande impresa. Né possiamo contare sulla patetica rincorsa di una crescita economica in occidente, dopo aver raggiunto livelli di indebitamento insopportabili proprio per non cadere nella recessione che già si profilava trent'anni fa. Abbiamo drogato l'economia con un indebitamento massiccio di Stati-imprese-consumatori ed ora siamo in piena crisi di astinenza. Come sa chi ha vissuto il dramma della tossicodipendenza, dalla droga si esce solo con un cambiamento radicale negli stili di vita. E questo mutamento radicale investirà anche le forme della politica e la stessa democrazia rappresentativa che conosciamo.
Tonino Perna
 
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