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Ferrara: QUESTA TERRA E’ LA TUA TERRA PDF Stampa E-mail

Dai beni comuni al progetto territoriale autosostenibile


Le lotte contro la privatizzazione dell’acqua hanno aperto un processo più ampio di riconquista dei beni comuni: il territorio, l’ambiente, la terra, i beni comuni sociali, culturali, ecc.

E già molto hanno seminato, come abbiamo visto nello splendido risultato dei referendum del 12-13 giugno.


Di qui si è aperta una riflessione sul governo democratico dei beni comuni e sulla necessità di nuove forme di partecipazione dal basso. Abbiamo cominciato a comprendere che la questione dei beni comuni può essere il centro di un programma complessivo che ridefinisce i modelli economici e le relazioni sociali secondo criteri di autosostenibilità, di superamento della crescita quantitativa, capace di garantire la conservazione delle risorse non rinnovabili ed evitare lo sfruttamento delle persone. Si comincia ad intuire che un modello economico-sociale nuovo passa attraverso la costruzione di progetti locali che individuino il territorio come bene comune condiviso, vissuto  non piu’ come oggetto/contenitore di attività economiche ma “soggetto” che può produrre ricchezza e coesione.

 

Esistono forme di economia che resistono alla globalizzazione; progetti locali che  mettono al centro la valorizzazione delle caratteristiche del territorio senza consumarne gli elementi vitali, la sua storia culturale e umana, i suoi beni comuni che sono percepiti come tali anche quando non sono di proprietà pubblica. Si comincia ad intuire che questo nuovo modello di riterritorializzazione, di recupero della “coscienza del luogo”, di sviluppo locale autosostenibile, di individuazione e governo democratico dei beni comuni, richiede un processo di costruzione dal basso che coinvolga le comunità locali, le istituzioni, le competenze presenti sul territorio. Quindi beni comuni, sviluppo autosostenibile, ambiente, lavoro, recupero dei saperi produttivi, nuove forme di democrazia, sono aspetti che possono vivere solo l’uno assieme all’altro. Non c’è tutela e governo dei beni comuni se non c’è democrazia dal basso, non c’è nuovo modello di economia territoriale se non si basa sui beni comuni e sulla riappropriazione del territorio da parte delle persone, non c’è progetto locale senza un sforzo congiunto dei cittadini e delle istituzioni democratiche come delle istituzioni della cultura e della ricerca, delle associazioni, dei sindacati dei lavoratori e delle imprese. E poiché il progetto è di lunga durata, è per il futuro, centrale diventa il ruolo della scuola e della formazione dei giovani. Democrazia, relazioni umane, nuovo modello economico sociale e beni comuni: tutto si tiene .

Occorre approfondire questa tematica, secondo l’approccio “territorialista”, con la costruzione dal basso degli “statuti dei luoghi”, con la progettazione locale di distretti economici integrati e autosostenbili, pensare alla programmazione urbanistica come luogo di decisioni partecipate dal basso perché dispone del territorio di tutti, mettere al centro le esigenze dei più deboli colpiti dalle nuove povertà indotte dall’attuale modello, valorizzare le esperienze dei Gas, Des, movimento delle città della Transizione, della nuova agricoltura, delle banche del tempo, delle monete complementari… non come esperienze virtuose marginali, ma come embrione di un nuovo modello complessivo. Occorre pensare ad un modello industriale legato al territorio o a reti di territori solidali, valorizzare la finanza etica o utile legata al territorio al servizio del nuovo modello e sottratta alle catastrofi finanziarie del gigantismo e della speculazione finanziaria.

 

Questo seminario vorrebbe costruire una griglia di riferimento culturale e politico, per trasformare la riflessione teorica in piattaforme e percorsi specifici che nei vari territori inizino a costruire esperienze di progetto locale autosostenibile.

 

Questo è anche un modo per uscire dal settorialismo delle specializzazioni culturali e  politiche, per cui qualcuno pensa all’ambiente e qualcun altro alla produzione e qualcun altro alla cultura: occorre iniziare a vedere il territorio come unità  che ingloba la storia degli uomini che vi hanno abitato e lavorato nel passato e le tracce materiali e immateriali con le quali l’hanno segnato e come espressione della diversità di un comune patrimonio di storia, di cultura, di ambiente e dunque come riferimento identitario fondamentale. Programmi di governo locale dunque, in cui l’incontro dei saperi esperti, esperienziali ed amministrativi diventano l’ossatura di un programma globale che dà risposte alla domanda di radici e di storia fondata su nuove solidarietà e non su localismi egoisti e succubi della cultura produttivistica e devastatrice che domina in questo paese. Con questo seminario cercheremo di darci degli strumenti che ogni realtà locale potrà, poi, utilizzare per costruire la propria peculiare esperienza.

 

20 giugno 2011 Rete@Sinistra

 
Siamo indignati, costruiamo l'alternativa PDF Stampa E-mail
  Noi siamo indignati. Siamo indignati contro i governi europei, che stretti tra la crisi e le politiche liberiste e monetariste imposte dalla Bce e dall'Fmi, accettano di essere esautorati delle funzioni democratiche per diventare semplici amministratori dei tagli della spesa sociale, delle privatizzazioni, della precarizzazione del mondo del lavoro e della costruzione di opere faraoniche, incuranti dell'ambiente e delle popolazioni. Siamo indignati perché le classi dirigenti continuano a proporci l'austerity per le popolazioni, mentre le rendite e i privilegi della finanza, dei grandi possidenti e della politica rimangono intonse, quando non crescono. Siamo indignati in particolare contro il governo italiano, che ha deciso di rispondere alla crisi con una manovra i cui contenuti cambiano di ora in ora ma i cui pilastri restano sempre gli stessi: taglio ai servizi, privatizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori.

Siamo indignati perché il governo ha deciso di abolire per decreto il diritto del lavoro, permettendo alle aziende di derogare ed eludere contratti e leggi, compreso l'art.18 dello Statuto dei lavoratrici e dei lavoratori, proseguendo sulla strada della cancellazione della libertà e della democrazia nei luoghi di lavoro.
Siamo indignati perché in questo modo si elimina la democrazia nei luoghi del lavoro e si estende a tutti i lavoratori il ricatto della precarietà, e della clandestinità per i migranti, con cui negli ultimi due decenni si sono livellate verso il basso i diritti e le condizioni di vita di migliaia di giovani, esclusi dal sistema di welfare e da ogni orizzonte di emancipazione.
Siamo indignati perché poco più di 2 mesi fa abbiamo votato, insieme alla maggioranza assoluta del popolo italiano, per la ripubblicizzazione dell'acqua e per le energie rinnovabili, e ora vediamo il nostro governo riproporre esattamente le vecchie ricette basate sulla svendita dei beni e su un modello di sviluppo energivoro.
Siamo indignati perché si potrebbe fare altro; perché vorremmo uscire dalla crisi attraverso un grande processo di innovazione, attraverso al costruzione di un nuovo modello di sviluppo che colga la sfida della riconversione ecologica dell'economia e di uno sviluppo sociale partecipato, basato sulla centralità dei saperi e dell'innovazione. Invece il nostro governo continua a impoverire la scuola pubblica, l'università e la ricerca, ignorando i milioni di studenti, dottorandi, precari, ricercatori che si sono mobilitati negli scorsi mesi e preferendo ascoltare la voce delle rendite baronali e dei profitti aziendali.
Siamo indignati perché i governi europei inseguono il dogma del pareggio di bilancio, cercando di far quadrare i conti della finanza, appesi come sono ai giudizi delle agenzie di rating o dei mercati di borsa, invece di fare i conti con le esigenze e i bisogni dei loro cittadini.
Siamo indignati perché in questo modo non abbiamo più una reale sovranità democratica, che è affidata alle stesse élite finanziarie transnazionali che prima hanno generato la crisi, poi hanno chiesto di essere salvate dagli stati e ora vorrebbero far pagare il conto a noi, giustificando con lo stato di necessità dichiarato della crisi la privatizzazione della vita delle persone e della natura.
Siamo indignati perché vediamo il serio rischio che a una vera alternativa al governo di Berlusconi e della Lega, si tenti di sostituire un'alternanza, fatta delle stesse politiche con maggioranze diverse, perché tutto cambi senza che in realtà nulla cambi.
E allora sappiamo che siamo indignati, ma indignarsi non basta.
Il cambiamento non arriverà da sé. Ce l'hanno insegnato le vicende degli scorsi mesi: le grande battaglie per i saperi, le lotte dei lavoratori in difesa del contratto nazionale, i diritti e i beni comuni in Italia, le rivolte del Mediterraneo, ora la crescita di un sentimento di ribellione contro le manovre finanziarie insostenibili e tutto ciò che ci viene propinato in nome della crisi.
Noi non ci limitiamo a indignarci, ma intendiamo darci da fare. Abbiamo in mente un mondo migliore del loro, e siamo pronti a mobilitarci per realizzarlo. Per il 15 ottobre in tanti stanno promuovendo appelli, discussioni pubbliche, verso la giornata internazionale United for global change.
Noi crediamo sia necessario aprire una discussione pubblica nel paese, tra tutti coloro che si stanno prodigando sulla mobilitazione internazionale del 15, ma anche e soprattutto con tutti coloro che pagano sulla loro pelle quanto sta accadendo. Vorremmo, iniziando dalla giornata di sciopero generale del 6 settembre, cominciare una consultazione ampia e trasversale, che raggiunga realtà sociali e di lotta, forze politiche e sindacali, movimenti e singole persone, per far sì che quella giornata sia una grande mobilitazione di tutti per l'alternativa, condivisa e partecipata. Consultazione che vorremmo far proseguire con un'assemblea pubblica a Roma, sabato 24 settembre alle ore 10. Un'occasione importante per qualificare il profilo politico della manifestazione del 15 ottobre, ma anche per far incontrare le tante questioni sociali che nella crisi vivono la loro drammatizzazione. Connettere i fili della resistenza alla crisi, per immaginare e costruire un'alternativa politica e di sistema nell'assemblea del 24, con la manifestazione del 15 ottobre, pensando a queste scadenze come a un passaggio e non a un punto d'arrivo, con passione e spirito d'innovazione.
Costruire tutti insieme una grande mobilitazione a Roma contro le politiche di austerity, significa immaginare e proporre per il nostro paese e per l'Europa un nuovo modello di sviluppo basato sulla democrazia reale, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.

Ugo Mattei, Guido Viale, Giulio Marcon, Luciano Gallino, Alessandro Ferretti, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini, Bruno Papignani, Andrea Amendola, Giorgio Molin, Michele De Palma, Laura Spezia, Loris Campetti, Angelo Mastrandrea, don Andrea Gallo, Nicola Mancini, Francesco Raparelli, Luca Cafagna, Mario Pianta, Isabella Pinto, Augusto Illuminati, Gianni Rinaldini, Luca Casarini, Stefano Bleggi, Monica Tiengo, Sergio Zulian, Alessandro Metz, Luca Tornatore, Giuseppe Caccia, Tommaso Cacciari, Michele Valentini, Marco Baravalle, Vilma Mazza, Nicola Grigion, Luca Bertolino, Gianni Boetto, Enrico Zulian, Sebastian Kohlsheen, Olol Jackson, Francesco Pavin, Marco Palma, Cinzia Bottene, Antonio Musella, Pietro Rinaldi, Andrea Morniroli, Egidio Giordano, Eleonora de Majo, Francesco Caruso, Gianmarco de Pieri, Manila Ricci, Daniele Codeluppi, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Roberto Cipriano, Andrea Alzetta, Giovanna Cavallo, Ada Talarico, Massimo Torelli, Claudio Riccio, Luca Spadon, Mariano Di Palma, Francesco Sinopoli, Giuseppe De Marzo, Emiliano Viccaro, Daniele De Meo, Matteo Iade.
Per aderire a questo appello scrivere a:
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IL 15 OTTOBRE SARÀ UNA GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE PDF Stampa E-mail
“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri,
chi pretende di governarci non ci rappresenta,
l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”

Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.
Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti più schiavi.
Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.
Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale.
Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare.
Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono.
Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.
Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.
Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte
PER LA NOSTRA DIGNITÀ E PER CAMBIARE DAVVERO

COORDINAMENTO 15 OTTOBRE
 
La neo-Costituzione preventiva- di Stefano Rodotà PDF Stampa E-mail

da La Repubblica del 28 agosto

 

Immaginate una legge congegnata nel modo seguente: «Abbiamo una Costituzione. Ma vogliamo modificarla». «E allora mettiamo da parte la Costituzione vigente e applichiamo subito una Costituzione ipotetica, incerta, giuridicamente inesistente, di cui si ignora se, come e quando verrà approvata».
Un colpo di sole, un effetto della calura agostana? No, questa linea compare nel decreto sull´emergenza economica fin dal suo primo articolo: «In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio, si applicano le disposizioni di cui al presente titolo». E più avanti, in maniera ancor più sconcertante, si aggiunge: «In attesa della revisione dell´articolo 41 della Costituzione, Comuni, Province, Regioni e Stato, entro un anno adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l´iniziativa e l´attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge».


"In anticipazione", "in attesa"?


Se si rispetta la più elementare grammatica costituzionale, queste sono espressioni insensate, e pericolose. Prima di

 
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