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«LA ROTTA D'EUROPA» E NAPOLI - di Andrea Bagni PDF Stampa E-mail

pubblicato su Il Manifesto del 27 Gennaio

 

La fase senile del berlusconismo aveva legato quasi spontaneamente crisi democratica, crisi sociale e sdegno civile. Donne e uomini avevano riempito le piazze, ferite e feriti nell'immaginario e nel materiale dal porno-regime dominante. Il lavoro aveva assunto una dimensione simbolica forte, luogo di cittadinanza e di dignità che si radicava nella polis e riempiva l'agorà. Adesso diventa il vero oggetto oscuro del desiderio del potere tecnocratico. Che riesce in un incredibile miracolo. Fare apparire una caricatura di rivoluzione liberale come la salvezza dal disastro del liberismo. Come la libera concorrenza fosse la cura per la crisi del capitalismo finanziario. Come il secondo fosse nato dal nulla. E allora via libera alle privatizzazioni che moltiplichino i soggetti in gara, come poi non si moltiplicassero anche i cartelli e il lavoro senza qualità - così come i servizi. Come non fosse insomma tutta una storia già vista.
Per i giovani, poi, si ripropone il mito del mettersi in gioco e diventare imprenditori di se stessi. Mai scegliere qualcosa che ti appassioni: facoltà inutili, umanistiche. Si deve eleggere a progetto di vita quello che chiede il mercato, se no la disoccupazione te la cerchi. La povertà è sempre una colpa. Il governo dei professori sembra avere liberato il peggio della sottocultura liberale. L'esaltazione della competizione e della meritocrazia operata dai figli di papà che non hanno mai dovuto competere per nulla. La maledizione su chi si laurea fuori corso e l'esaltazione di chi si iscrive subito ai professionali così non si prova nemmeno a rompere nei salotti buoni. Il governo dei professori come il cerchio magico, l'Ivy League degli ipocriti.
Oggi questo governo super politico di super tecnici sembra mettere d'accordo quasi tutto il parlamento e tutta al completo la grande stampa. Repubblica sta a Monti come Libero a Berlusconi. Ma se

l'opzione è fra essere in questo modo liberali o populisti, c'è da temere per la democrazia di tutta l'Europa. Anche questa è una storia già vista.
Il 9 dicembre a Firenze abbiamo vissuto una bella giornata di discussione sulla "Via di uscita" dalla crisi. Segno che il disincanto verso la politica dei partiti, se non concede facili illusioni, però non cancella il desiderio di politica come esperienza personale, creativa, tessuto di relazioni civili. Forse ci aiuta a capire che ciò di cui c'è bisogno è qualcosa di radicalmente nuovo. L'abbiamo visto in primavera. Sul tema dei beni comuni la società ha ripreso a respirare e vivere. Si è ribellata, si è riappropriata del proprio - e il proprio è lo spazio della esistenza collettiva. Personale, non individualistica e competitiva, inferocita dalla paura. Personale e politica. E tuttavia appare ancora come senza voce sulla scena pubblica "ufficiale".
Per questo è importante l'appuntamento di sabato 28 gennaio a Napoli. Una tappa per la quale, come rete@sinistra, abbiamo organizzato vari appuntamenti. Quell'esperienza di amministrazione comunale sta sperimentando qualcosa di nuovo in termini di democrazia partecipativa e soggettività politica. È stata proposta una Rete dei comuni per i beni comuni che potrebbe dare voce e tessuto collettivo a un'esperienza fondata sul paradigma dei beni comuni, nuova categoria giuridica e politica che esprime un altro rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, da sottrarre alla logica del mercato e alla mediazione della proprietà, sia di quella privata che di quella pubblica. Un impianto giuridico nuovo, che risponde anche alla profonda crisi non solo economica, ma anche politica e culturale, che attraversa l'Europa e l'Italia: il nuovo sistema dei beni comuni richiede infatti una forte rimodulazione del concetto di rappresentanza. E poi l'11 febbraio è indetto uno sciopero generale della Fiom che costituisce la prima manifestazione nazionale, sindacale ma non solo sindacale, per un'opposizione e un'alternativa alla linea del governo Monti. Senza sbocchi politici il conflitto sociale sarebbe infatti inevitabilmente debole.
Per questo ci sembra così urgente il tema di un soggetto politico che possa dare voce a quel desiderio di partecipazione che lontano dai palazzi esiste e che, nell'assenza di una prospettiva politica, di un percorso in cui riconoscersi e immaginare un cambiamento, può finire nella disperazione della rabbia. Senza soggettività politica all'altezza di questo disastro e di questo governo "costituente", quella vitalità che attraversa la società resta vitalità ma non diventa vita, non costruisce un tessuto di relazioni solide, non si deposita in cambiamenti radicali.
Non deve essere un altro soggetto politico ma un soggetto politico altro, radicalmente democratico, inclusivo e fluido, in grado di misurarsi con le trasformazioni ormai perfino antropologiche della società. Occorre costruire spazi di relazioni decenti e "gentili". Occorre sperimentare la possibilità di presentare, nelle prossime scadenze elettorali, liste di cittadinanza politica collegate a un progetto nazionale, per tentare di costruire dai territori una rappresentanza che apra un varco, che consenta alla società che vuole autorappresentarsi di trovare spazio e parola anche dentro le istituzioni. Con lo scopo di diffondere e abbassare la sfera delle decisione, di allargare la democrazia.
* rete@sinistra

 

 
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