| La questione meridionale a Firenze |
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| Scritto da Tonino Perna |
| Martedì 18 Maggio 2010 10:13 |
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Definitivamente scomparso dall'agenda politica il Mezzogiorno è ormai solo un'espressione geografica, parafrasando la nota espressione pronunciata dal Ministro degli Esteri austriaco Metternich nel 1847: «Non solo non c'è più una «questione meridionale», ma non c'è più un popolo meridionale che abbia un sentire comune, un progetto di società, di futuro. Si potrebbe dire lo stesso della Padania - la pianura del Nord Italia - ma sappiamo che non è così. La Lega di Bossi è riuscita in venti anni, in una delle aree più ricche e modernizzate d'Europa, a inventarsi una Nazione, giocando sulla paura di perdere il benessere acquisito, ma anche costruendo una identità forte, in una fase storica di smarrimento ed angosce. Perché una cosa è certa, e l'ha dimostrato un grande studioso come C. Tilly: sono gli Stati che hanno creato le Nazioni, è il potere politico che costruisce le identità nazionali.
La questione dell'identità, e quindi di una visione del mondo e di un insieme di valori condivisi, è il primo compito della politica oggi se non vuole essere solo gestione dell'esistente o comitato d'affari. Il rischio che all'identità «padana» si contrapponga una fasulla o solo ritorsiva identità meridionale è abbastanza alto. Il governatore Lombardo sta andando in questa direzione. Il suo ragionamento è semplice e fa presa su una parte della popolazione meridionale sempre più impoverita: contrastare la Lega nord chiedendo più risorse per il Sud, a partire dalla Sicilia. Ha cercato prima di seguire questa linea dentro il Pdl, ma è stato inutile. La forza crescente della Lega, che ormai detta l'agenda politica al premier, la stessa spinta a creare nel Pd il partito del nord, impone una scelta di campo per la sinistra meridionale. Costruire una Lega sud lungi dall'essere la risposta giusta fa solo il gioco di Bossi che punta alla Secessione come progetto politico di medio periodo. Sarebbe una disgrazia per tutti, a partire dai lavoratori, anche per quelli del nord che non lo capiscono. Non c'è bisogno di ricordare come è finita la Jugoslavia : tutte le separazioni, le frantumazioni di paesi servono solo a fare emergere il peggio del nazionalismo, riducono gli spazi democratici, anche quando non degenerano in guerra civile. Per opporsi a questa deriva serve un grande progetto di rinascita sul piano nazionale che sia fondato su altri valori, su un nuovo patto Nord-Sud, su una fattiva cooperazione tra tutte le forze sociali ed economiche, capace di costruire un'Altreconomia ed un'Altrasocietà per rispondere alla pesante crisi in corso. Intorno a questi temi si è svolto il 19 e 20 un seminario presso la Università della Calabria organizzato da diverse associazioni politico-culturali: Sem, Ars, A Sud, Rete@sinistra, Bella Ciao, RedAzione, Potenzattiva, Un'altra storia, Le Radici e le Ali, Controverso, ecc.. Ne è emerso un ricco dibattito ed alcuni obiettivi comuni, almeno ad una parte degli interventi. Il primo obiettivo ambizioso è quello di rompere il circuito perverso della depressione-rassegnazione rispetto agli equilibri politici del paese. Il secondo è quello di rispondere al bisogno di costruire una vera identità meridionale, recuperando valori tradizionali in via d'estinzione, ma allo stesso tempo scommettendo sui nuovi valori della solidarietà, della lotta all'economia criminale, della pace, del rispetto per l'ambiente, dell'accoglienza dello straniero, della qualità della vita. Il terzo è quello di rispondere alla domanda: cosa può fare il Mezzogiorno per salvare il nostro paese dalla degenerazione morale, sociale ed economica? E quindi mettere insieme, moltiplicare le forme di cooperazione socio-economica tra il nord ed il sud del nostro paese, come sta avvenendo, per esempio, con i Gruppi di acquisto solidale (Gas) del centro-nord che comprano le arance ad un prezzo equo dalla piana di Rosarno e di Catania, ma pretendono che il produttore paghi un giusto salario ai braccianti e rispetti le regole ambientali e i diritti sindacali. Creare dunque sinergie tra tutte le esperienze positive nel mondo dell'Altreconomia - dal commercio equo alla finanza etica, ai distretti dell'economia solidale alla gestione dei beni confiscati alle mafie - insieme alle esperienze virtuose di Comuni (erano presenti i sindaci di Riace e Caulonia) che hanno scelto la strada dell'accoglienza per rilanciare aree interne abbandonate, o altri che hanno scelto l'eco-sostenibilità per migliorare la qualità della vita e creare nuove opportunità di lavoro. Resta irrisolto il nodo politico: come dare rappresentanza politica a quello che emerge nel mondo delle reti sociali e dell'Altreconomia. Forse è una domanda mal posta. Ci si potrebbe legittimamente chiedere: perché questi mondi dovrebbero per forza avere bisogno di una rappresentanza politica? Domande che ancora attendono una risposta convincente e che incrociano quelle associazioni politiche culturali - come Rete@sinistra - che stanno tentando dal basso di dare il loro contributo alla ricostruzione di una Sinistra che rappresenti le istanze e le articolazioni dei diversi territori in cui è presente. È anche di questo che si discuterà a Firenze (il 23 e 24 aprile) al fine di superare la fase di stallo che rischia di degenerare in un processo autodistruttivo. Rete@sinistra che ha organizzato l'incontro si trova di fronte ad un bivio: fare un passo avanti verso la costituzione di un soggetto politico della sinistra che superi le forme tradizionali del partito - con tutti i rischi ed i pericoli di questa operazione - o restare una semplice rete di associazioni che continuano a ricercare all'infinito la «forma perfetta» della democrazia politica? da Il Manifesto 23 aprile 2010 |
| Ultimo aggiornamento Martedì 18 Maggio 2010 10:14 |









