Il profumo di un'avvenutura politica PDF Stampa E-mail
1. Sembra lontanissimo il tempo in cui abbiamo pensato che si fosse finalmente giunti ad una svolta positiva della democrazia italiana. Che i referendum, Milano e Napoli ma anche Cagliari, Trieste e tanti altri buoni risultati di “liste di cittadinanza” mostravano che un'altra Italia c'era e contava. Perfino la grande stampa allora scriveva di svolta culturale, di gente comune che si riprendeva la sua libertà di decidere, sulle proprie “cose” - cose pubbliche, beni comuni, politica.
Oggi invece il governo Berlusconi (pure nelle condizioni in cui è) sembra non avere alternative, se non in “governi tecnici” con l'unico obiettivo di riconquistare la credibilità presso i mercati. Divinità che non possono essere sfidate, ordine naturale delle cose.
È invece sempre più evidente che c'è un'Italia che resiste (vedi la Val di Susa), chiede altro e già lo pratica appena se ne offre la possibilità: nelle istanze istituzionali di democrazia diretta (i referendum) o di rappresentanza ravvicinata (i comuni). Che è in gioco la democrazia costituzionale come tessuto di corpi intermedi, relazioni orizzontali che contrastino la deriva di solitudini impaurite ridotte a delegare tutto a un potere personalizzato e mediatico. Che contro un governo indecente, per ridare senso alla democrazia e alla politica, è urgente proporre un'altra uscita dalla crisi, che non ne riproduca i meccanismi infernali: laumento della produttività del lavoro, laumento dei prelievi di risorse naturali, laumento della accumulazione finanziaria, insomma la crescitacome unico imperativo. È urgente che quella vitalità democratica che resiste, disseminata ma anche frammentata e dispersa nei territori, sia capace di costruire una nuova soggettività politica in grado di autorappresentarsi. Non c’è a disposizione molto tempo, se non si vuole vedere sfiorire quelle esperienze nella delusione.
Se le nuove soggettività politiche in movimento non riescono a dotarsi di un soggetto politico, radicalmente nuovo nelle forme e nei contenuti, dunque in grado di fare spazio e dare voce al desiderio e al bisogno di politica che esiste, quel tessuto territoriale rischia di non riuscire ad essere portatore di liberazione. E la politica del potere, la sfera separata delle leggi e dei parlamenti, il sequestro monopolistico della rappresentanza da parte del sistema dei partiti, continuerà a massacrare indisturbata la vita delle donne e degli uomini, non solo nei loro redditi ma nel loro orizzonte simbolico, nell'immaginazione, nelle relazioni sociali. La società non vive se non ha speranze di vita.
Oggi in molti posti di lavoro, in molte scuole e università, per non parlare del mondo del precariato e della sottooccupazione, la tensione è alta, la rabbia diffusa. Però rischia di crescere anche una rassegnazione di fondo, altra faccia di quella rabbia. Faticano a emergere forme di lotta veramente incisive, e le possibilità di “portare a casa qualcosa” in questa contingenza politica sono vicine allo zero. Senza una prospettiva e una speranza è difficile anche il conflitto.
2. Che cosa fare?
Intanto fare vivere un'altra cultura, proprio nel conflitto: quella di una conversione ecologica dell'economia e dei modelli di vita, quella dei beni comuni, della qualità delle relazioni - non solo della quantità dei consumi. Quella della giustizia e della sicurezza sociale, dei diritti al lavoro e ad un reddito di cittadinanza.
Il primo passo è indubbiamente togliere di mezzo questo governo. Occorrono elezioni precedute da primarie, pur sapendo che i sistemi elettorali delle une e delle altre sono pesantemente truccati. Ma bisogna tentare di mobilitare tutte le energie e le speranze di democrazia.
Oggi possiamo occuparci delle primarie del centro-sinistra, accettare una sfida che gli apparati di potere e mediatici del Pd (il “partito di Repubblica”, le lobby economiche di riferimento, le reti delle utilities, ecc.) vorrebbero evitare e che accetteranno di giocare solo quando si sentiranno sicuri di vincere, perché sappiamo invece che si può essere radicali, immaginare un'altra modalità della democrazia e un'altra uscita dalla crisi economica, ed essere maggioranza nel paese. Come è accaduto con i referendum, come è accaduto a Napoli, in Val di Susa  e in altri luoghi.
L'unità di una comunità nazionale, la tanto sbandierata “salvezza del paese”, non si fonda sulla delega a manovratori da non disturbare, tanto meno su radici etniche e chiusure politiche, ma sulla partecipazione e la condivisione collettiva. È stato detto bene a Teano nel 2010 ed è scritto nella sua Carta.
E allora fra le cose di cui occuparci subito c'è la dignità del lavoro, il futuro dei giovani e il referendum sull'articolo 8 del decreto del 13 agosto. La cancellazione del contratto nazionale cancella il tessuto di base, il legame sociale indispensabile a una comunità nazionale che trova nel lavoro e nella sua dignità le radici dell'appartenenza – anche il contratto nazionale è bene comune. Inoltre l'idea che una contrattazione privata possa violare perfino le norme di legge e della Costituzione, senza che mai i lavoratori e le lavoratrici possano esprimersi in merito agli accordi, esalterà certo il ruolo delle confederazioni e della trattativa, ma distrugge il diritto del lavoro e riporta al modello di stato fascista della Camera delle Corporazioni. La democrazia e il diritto non si possono fermare alle porte delle fabbriche, pena non sopravvivere nemmeno fuori.
3. Per noi immaginare una democrazia che torna a essere partecipazione e coinvolgimento personale di donne e uomini, ragazze e ragazzi, una democrazia costituzionale perché sempre di nuovo costituente, è immaginare un'altra sinistra. Bisogna avere il coraggio di costruire un soggetto politico che tenga insieme la risposta alla deriva democratica e alla devastazione sociale ed economica. Che proponga una nuova visione dell’economia e della politica, fondata sull’accesso e la gestione collettiva dei beni comuni, e un altro programma di uscita dalla crisi. In un'altra visione dell'Europa: soggetto politico aperto, inclusivo dotato di demos e non solo di ragionieri, banchieri e militari.
Un soggetto politico che non riproduca i soliti meccanismi di funzionamento verticistici e passivizzanti, ben noti anche a sinistra, che dia ai cittadini più giovani la possibilità di credere nella effettiva utilità dell'impegno politico; un soggetto politico nel quale si possa respirare il profumo dell'avventura del cambiamento, e nel quale la sfida della complessità del reale non induca alla più tetra disperazione.
Un soggetto nel quale il futuro immaginato e desiderato pulsi nella fatica del lavoro politico del presente e ne sia il propulsivo.
Le primarie possono essere una occasione per far emergere quest’altro progetto di società e di politica. Sia come metodo che come orizzonte di contenuti. Qualcosa che abbia a che vedere con la cittadinanza politica, la democrazia di base, la creazione di spazi e relazioni – pensiamo all'esperienza di Napoli soprattutto. Abbiamo visto che un altro discorso e un altro “stile” non sono condannati al recinto circoscritto della ex sinistra radicale. C'è un desiderio di innovazione, che non è riducibile alla generica protesta, anche se non è un blocco sociale o un programma di governo.
Questo significa provare a mettersi nell'ottica di liste di cittadinanza politica e forse anche accettare inevitabilmente il gioco della leadership che abbia però una dimensione simbolica, strumentale e mobilitante. Una rappresentanza politica che rappresenti una incrinatura, che apra un varco per consentire alla società che vuole autorappresentarsi di trovare spazio e parola anche dentro le istituzioni. Come diceva De Magistris in campagna elettorale a Napoli, per “scassare” i sistemi di potere esistenti. E con lo scopo di diffondere  e abbassare la sfera delle decisione, di allargare la democrazia. Governare per aumentare la possibilità e la capacità dell'autogoverno, elaborare norme che aiutino l'auto-normazione
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4. Sappiamo bene che occorre ottenere delle primarie vere: non solo sui nomi, ma sui programmi e sulle visioni di società. Se si trattasse solo di scegliere un volto telegenico per gestire un programma dettato dalla Bce, confezionato e chiuso dai soliti esperti di partito, nelle solite irraggiungibili stanze, la partita sarebbe truccata e neppure da giocare. Quello che deve confrontarsi nel paese non sono figurine intercambiabili da aggiungere all'album ma idee, programmi, progetti di società. Questo potrebbe dare senso alla partecipazione, accendere passioni e riflessione. Ma sappiamo anche che offrire una possibilità di espressione a una società e a una sinistra nuove, è cosa diversa dal progettare la costruzione di un nuovo soggetto politico, radicalmente diverso nelle sue proposte e nelle sue pratiche. È più facile partecipare ad una campagna politica  con delle liste di cittadinanza che fare un soggetto politico organizzato e permanente. Anche se un soggetto politico a noi pare urgente. Esso è richiesto dalla creatività diffusa dell'associazionismo, ma soprattutto da tutte quelle donne e quegli uomini che vivono singolarmente questa crisi della democrazia e questa devastazione sociale.
Se non vogliamo restare confinati dentro la forma di una democrazia leaderistica, accompagnata dalla informalità di una cittadinanza attiva ma da “fans club”, solo mobilitata dal leader – allora occorre costruire un percorso che getti le basi di una soggettività politica che abbia l'orizzonte dell'alternativa, non solo dell'alternanza. Inventare qualcosa che vada oltre il Novecento.
Chiaro che movimenti e comitati locali non devono né farsi stato né farsi partito. Non hanno bisogno di un altro Partito che li rappresenti e li assorba (magari facendoli diventare “cinghie di trasmissione” del Partito). Ma sarebbero aiutati dalla presenza di una sinistra decente che faccia riferimento a quell'altra Italia che abbiamo visto nelle strade di questi mesi - e a cui questa possa fare riferimento. Una sinistra che allarghi per i movimenti e la società la possibilità di costruire reti, contatti ed autorganizzazione.
Accettare il confronto, nelle istituzioni come nella società, significa costruire linguaggi comuni e inclusivi. Significa pensare alla democrazia come a un tessuto discorsivo e paziente, una rete di spazi pubblici di cui avere cura, in nome di un processo di liberazione permanente che è la dimensione costituente della società, senza la quale una costituzione lentamente muore. Proprio una radicale democrazia – non solo come insieme di regole ma come possibilità di portare nella sfera politica la propria esperienza e la propria vita – è la maggiore garanzia riguardo la possibilità di elaborare collettivamente orizzonti, obiettivi, mediazioni.
“Politicizzare la società civile e civilizzare la politica” è tutt'altro che immaginare il Partito dei Movimenti. È, forse, costruire uno spazio e una pratica che agisca come una cooperativa politica: non una forma gerarchica dove le decisioni e le elaborazioni discendono dall'alto verso il basso, piuttosto la scommessa di un progetto che sa motivare e tenere insieme le diversità, accettando la fatica delle mediazioni all'interno di una rete di autonomie confederate, prendendosi il tempo necessario per costruire un largo consenso. Un progetto, questo, fatto di rifiuto del professionismo della politica, di rotazioni di incarichi decisi anche per estrazione, di federalismo di autonomie locali, partecipazione diretta e reti telematiche secondo il principio “una testa, un voto”. Sulla base di una democrazia radicale nelle procedure e di una civiltà gentile dei rapporti.
Chiaro che è tutto complicato e difficile, ma forse è anche appassionante. In ogni caso ha senso provarci.
Rete@sinistra - 2 novembre 2011
 
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