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Per un processo costituente (che faccia nascere “la sinistra del duemila”) di Moreno Biagioni PDF Stampa E-mail
Venerdì 20 Novembre 2009 13:54

Processo costituente e progetti in campo.

Un effettivo processo costituente – effettivo nel senso che faccia nascere davvero la “sinistra del duemila” - non può rimanere invischiato nelle spire della vecchia politica (verticistica, autoreferenziale, non in grado di rapportarsi con le persone in carne ed ossa, attenta alla gestione del potere e non a reali programmi di rinnovamento e di trasformazione - oppure ridotta, ma il risultato non cambia, ad opera di pura testimonianza -). Ed è questo il rischio maggiore (ma è già più di un rischio) che corrono i due progetti in campo, quello di “Sinistra e libertà” e quello della “Sinistra anticapitalista”.
Al di fuori di essi vi sono reti e tentativi di coordinamento ad opera di soggetti plurali e persone che considerano in modo negativo i partiti, compresi quelli extraparlamentari della sinistra, e le rappresentanze istituzionali che ne scaturiscono.
Perciò cercano di rapportarsi fra loro e di dare dal basso, dalle realtà locali, qualità e sostanza alla vita democratica.
Alludo, principalmente:
al percorso - nato da un documento intitolato “Carta della democrazia insorgente” - che cerca di collegare iniziative di lotta entrate in rapporto – più o meno conflittuale - con le istituzioni, o penetrate addirittura al loro interno tramite liste civiche di movimento , e che ha una tappa significativa nell'incontro “Democrazia chilometro zero” svoltasi alle Piagge il 10 e 11 ottobre;
al tentativo, di natura diversa, anche se alcuni dei protagonisti sono gli stessi, di mettere insieme saperi, gruppi, persone con l'obiettivo di ripensare, in una logica non elettorale, la sinistra, il suo ruolo, il suo modo di essere (assumendo come punti centrali di  discussione, insieme ad altri naturalmente, la “decrescita”, la ridefinizione dei rapporti di genere, l'importanza dei processi di auto-trasformazione della società e dei cittadini/delle cittadine) [vedi il documento “Per un soggetto politico non elettorale”].
Si tratta di interventi, esperienze, elaborazioni di notevole importanza, essenziali per rinnovare la politica e ridarle senso in un'ottica partecipativa.
Sullo sfondo di tutto questo vi sono le riflessioni di Marco Revelli, in “Oltre il Novecento” ed in altri suoi scritti, che esprimono la necessità di ripensare la sinistra, la politica, la vita democratica, partendo proprio dalle esperienze concrete sviluppatesi nel sociale.
Credo che così si corra il rischio, però, di rimanere nell'ambito delle buone pratiche – e dei buoni conflitti - di minoranze attive non in grado di rapportarsi all'insieme della popolazione, di incidere su coloro (i “soliti noti”) - ai quali viene lasciato in effetti l'esercizio del potere -, di cambiare in profondità l'andamento delle cose.
Al limite, non porsi l'obiettivo di produrre mutamenti nelle istituzioni ci può riportare ad una versione aggiornata dell'ottocentesco, e novecentesco, “sol dell'avvenire”, per cui le trasformazioni di fondo, in direzione del socialismo, erano rimandate ad un futuro lontanissimo (versione laica del Paradiso dei credenti).
Democrazia borghese, sostanziale, costituzionale - La presa del “Palazzo d'Inverno”, come è ormai assodato da tempo, non è la via giusta per cambiamenti “rivoluzionari”. Perciò i meccanismi della democrazia, quelli che permettono al popolo di essere effettivamente “sovrano”, non possono lasciarci indifferenti (o farci dire che la democrazia vive soltanto nelle “enclaves” in cui esperienze di lotta, di conflitto, di pratiche di autogoverno la rigenerano).
Si torna in questo modo, anche se in altri termini, alla distinzione che un tempo si faceva fra “democrazia sostanziale” e “democrazia borghese” (e la prima era quella autentica – ma poi ci si accorse, con grande ritardo, che laddove si riteneva che fosse praticata costituiva soltanto una finzione -, mentre la seconda veniva accettata solo come passaggio temporaneo).
Mi sembra, invece, ormai acquisito che la democrazia, intesa evidentemente come insieme di aspetti diversi che caratterizzano la vita democratica (divisione dei poteri, libertà di associazione e d'informazione, rispetto di alcuni principi fondamentali – quelli che da noi sono individuati nella Costituzione – e dei diritti umani di tutte e di tutti, laicità dello Stato, valorizzazione delle autonomie locali e della partecipazione), e non solo, quindi, come momento elettorale, costituisce un valore fondamentale, da difendere e da sviluppare. La democrazia, in altre parole, considerata come un processo che si nutre di idee, di libertà di pensiero, di progetti di trasformazione, in cui si avanza e si arretra, di cui i conflitti, naturalmente non violenti, sono elementi indispensabili.
Tutto l'opposto di quella visione statica, oggi prevalente, che si limita ad un elenco di norme per l'elezione delle assemblee elettive e ad alcune regole per l'esercizio del potere da parte degli esecutivi (con la tendenza, per di più, a centrare l'attenzione sulla funzionalità degli organismi di governo e vedendo tutto il resto come un insieme di “lacci e lacciuoli” che sono di ostacolo all'esercizio del potere).
Proprio grazie anche alle lotte del movimento operaio, la democrazia, attraverso un lungo, complesso, contraddittorio cammino, si è ampliata, diventando uno spazio non più riservato ai soli uomini dotati di determinati requisiti d'istruzione e di censo (quel club “liberal-borghese”, frutto anch'esso, comunque, di un'altra rivoluzione), ma aperto a tutte ed a tutti, donne e uomini [con l'impegno dello Stato repubblicano, così com'è stabilito nella nostra Costituzione all'articolo 3, a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” - in quelle poche righe vi è un  vero e proprio programma di lavoro volto a far diventare davvero il popolo “sovrano” ed a dare gli strumenti per  governare anche alla cuoca di leniniana memoria -].
Ebbene, si sta andando adesso in direzione opposta: la democrazia sta regredendo progressivamente, sempre più velocemente e pericolosamente (a “passo di gambero”, direbbe Umberto Eco),  e torna ad essere territorio riservato a chi possiede più ricchezze, detiene gli strumenti d'informazione, rappresenta i poteri forti, o comunque è in buoni rapporti con loro (siano essi il Vaticano, la Confindustria, le grandi Banche ed imprese finanziarie), con la cloroformizzazione dell'opposizione ed il quasi totale annullamento, o riduzione nelle riserve, delle minoranze maggiormente critiche. Che poi è l'attuazione per gradi del piano eversivo di Licio Gelli e della sua P2
Perciò ogni progetto di sinistra non può oggi non avere alla base la difesa, e/o la riconquista, della democrazia così com'è definita nella Costituzione.
Vi son più cose ... - Lo stato comatoso della della democrazia, della politica, della sinistra nel nostro Paese possono indurre indubbiamente allo sconforto, al ritiro nel privato, all'abbandono di ogni impegno direttamente politico.
Eppure, parafrasando Amleto e rivolgendosi a noi stesse/i invece che all'amico Orazio, si potrebbe – si dovrebbe –  prendere atto che “vi sono più cose in cielo e in terra, care compagne e compagni, di quante se ne sognano nelle nostre filosofie – timide, subalterne, identitarie, autoreferenziali, schiacciate sul teatrino politichese attuale -”.
Continua ad esistere una rete diffusa di esperienze, di buone pratiche, di interventi quotidiani solidali, di lotte, di saperi che nascono dai movimenti, dalle attività di base, dai soggetti culturali non omologati, dalle elaborazioni personali e collettive di chi comunque non si adatta all'esistente. Nei territori, nell'associazionismo, nel volontariato, nella scuola e nell'università, nel mondo del lavoro sempre più frammentato, fra le giovani ed i giovani che non si rassegnano al loro ruolo di precari, nelle realtà autorganizzate, nelle zone di confine, e ve ne sono molte, fra la creatività, la conflittualità, le istituzioni locali.
In molte persone risulta ancora presente, anche se non si manifesta con continuità, una voglia di cambiamento e di socialità, che il berlusconismo imperante non è riuscito, per adesso, ad annullare.
E' a questo insieme di energie e di potenzialità che un processo costituente intenzionato a dar corpo, passo dietro passo, alla sinistra del duemila deve rapportarsi, è qui che deve trovare le sue radici, la sua linfa vitale, la sua ragione di essere, è uscendo dai recinti attuali e producendo un interscambio con  quanto di vitale si riscontra tutt'intorno che è possibile riscoprire la dimensione del sogno collettivo, del progetto concretamente utopico, del futuro da costruire insieme, che, in altre parole, si può recuperare  la volontà di cambiare il mondo.
Uscire dai recinti – E' tempo, quindi, di uscire dai recinti, di rimettersi in discussione, di fare del “metissage” (o meticciato, per dirla all'italiana) l'asse portante della ricostruzione della sinistra.
Quello che è valido, infatti, per la società, anzi per l'intera umanità, può esserlo anche per la politica – e particolarmente per la ridefinizione di una forza che abbia ancora come obiettivo la trasformazione del mondo - .
Risulta molto importante, in un momento di gravissima crisi del sistema capitalistico a livello globale, riconsiderare il pensiero di Marx  (lo si fa anche da destra, seppure strumentalmente, e cioè per salvare il sistema, e non certo per cambiarlo), ma la sinistra del 2000 non può basarsi soltanto su questo.
Ha bisogno, per rigerenarsi e rilanciarsi, di costruire nuove elaborazioni in cui le analisi del BVZM
(il “Buon Vecchio Zio Marx”, come lo si definirebbe nel fumetto “Martin Mystere”) si intrecciano profondamente con quanto è venuto alla luce nel corso del Novecento, che non ha visto soltanto guerre, orrori e stragi, ma anche l'emergere con forza del femminismo, dell'ambientalismo, di un nuovo tipo di pacifismo collegato strettamente alla nonviolenza come  energia attiva di cambiamento (oltre al pensiero di Gramsci e ad altri “attrezzi” politico-culturali del secolo breve , che non sono certo da buttare).
Non è sufficiente aggiungere qualcosa, oriecchiato leggendo superficialmente quanto elaborato da femministe, ambientalisti, pacifisti nonviolenti, ai vecchi progetti e programmi.
Occorre prendere atto delle trasformazioni profonde che ciò comporta nel modo di analizzare la realtà, di pensarne l'evoluzione, di progettare il futuro (da qui l'esigenza del “meticciato”, dell'incrocio cioè fra pensieri ed esperienze assai diversi fra loro).
Un confronto aperto – E' essenziale che il confronto si mantenga aperto anche con chi non partecipa direttamente al processo costituente.
Si è visto in passato, nei momenti più alti del movimento contro la guerra, ad esempio, come sia importante la “contaminazione” fra diversi, nella logica del “meticciato”, evitando le chiusure settarie e gli esami di purezza ideologica a chi intende partecipare alle iniziative di lotta.
Vi è un altro ingrediente necessario perchè il processo citato funzioni davvero: si tratta di un elemento preliminare, fin qui piuttosto trascurato, e cioè l'esigenza di rivedere profondamente le relazioni fra le persone
Si può dire che l'imbarbarimento generale della società abbia colpito anche a sinistra, aggravando la tendenza, presente anche in passato, a vedere in chi ha opinioni diverse dalle tue un traditore, un agente dello schieramento avverso, un nemico. Da qui sono scaturite diffidenze, e difficoltà anche a confrontarsi, che pesano particolarmente in diverse situazioni locali.
Un'ulteriore considerazione urge, a parer mio, a proposito del rapporto fra i generi.
Un segnale di come si sia affrontato in modo superficiale, spesso a livello solo di enunciazioni , questo tema fondamentale si ha esaminando la reazione che vi è stata anche in gran parte della sinistra di fronte al Berlusconi-gate.
Infatti, in generale, tale episodio non è apparso con chiarezza nella sua dimensione di scambio sesso-denaro-potere e di stravolgimento della democrazia, con una visione della donna che la riduce ad oggetto, da usare (con il Cavaliere/premier “utilizzatore finale”) o, comunque, “preda” da conquistare (nella versione “dongiovannesca”). Si sono avute notevoli incertezze fra il considerare la questione, tutto sommato, un fatto privato ed il ritenerla secondaria rispetto ai problemi veri del Paese. Si impone, quindi, un supplemento, molto serio, di discussione.
Nota  finale (il “big bang” che avvia il processo) – E' indubbio che la ricostruzione della sinistra  non costituisce un'impresa facile e scontata, né di breve periodo.
Come abbiamo detto più volte, occorre agire in profondità a livello culturale per incidere su un senso comune che risulta egemonizzato dal berlusconismo, dal liberismo, dal “revisionismo” (nei confronti dell'antifascismo e della Costituzione).
Si tratta di un lungo percorso, che ha bisogno di una crescita di energie e di risorse in corso d'opera, di un respiro che superi i limiti localistici e lo faccia divenire regionale e nazionale, collegandolo anche ad una dimensione europea.
Difficilissimo è individuare le modalità dell'avvio, il “big bang” che metta in moto il processo. Ma proprio perchè si prospetta di lunga durata, il cammino andrebbe iniziato subito, cercando di imboccare la direzione giusta.

 

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