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Firenze 21 e22 novembre 2009 assemblea della Rete a Sinistra intervento (rivisto e completato) di Paolo Cacciari
Bene, abbiamo avviato un processo costitutivo su tre gambe: una bozza di carta dei principi (la lettera-documento che convoca questa assemblea), una bozza di carta dello stare assieme (le regole da rispettare tra noi per una democrazia aperta, partecipata e sostanziale) ed ora dobbiamo scambiarci le agende di lavoro.
Secondo me il carattere saliente della Rete dovrebbe essere quello di aumentare la relazionalità tra le “zattere dei naufraghi” (per continuare ad usare la metafora dell’introduzione di Stefano Falcinelli, che a sua volta ricorda un importante libro del gruppo di Lisbona: “Il pianeta dei naufraghi”) delle vecchie sinistre e delle nuove vittime della crisi dello sviluppo in atto: famiglie impoverite, lavoratori svalorizzati, giovani a cui si è rubato il futuro, immigrati privi di diritti, abitanti costretti a vivere in territori devastati, cittadini degradati a plebe.
Mettere in relazione, cioè: creare condizioni di comunicazione, confronto, dialogo tra i mille esperimenti e le mille esperienze di cittadinanza attiva, di resistenza e conflitto che pure agiscono alla base della società, solo a volerli vedere dietro la cortina fumogena creata dal sistema di rappresentazione ufficiale del sociale, quello delle istituzioni politiche e dei mass media, che sono ormai la stessa cosa nel tempo della “democrazia dello spettacolo”.
Il compito della Rete non è certo quello di pretendere di indirizzare i processi di cambiamento in atto, ma – con molta modestia e spirito di servizio – basterebbe individuare, valorizzare e accompagnare i movimenti costituenti che già praticano altre relazioni sociali e chiedeono una società diversa, come dimostrano i gruppi che hanno dato vita all’iniziativa “Democrazia a Km 0”, per un verso, e le azioni sindacali aziendali di difesa del lavoro che si stanno sviluppando in questi giorni, o la ripresa della contestazione nelle scuole e nelle università, per altri versi ancora.
Se è così la prima cosa che dovrebbe fare la nostra Rete è censire e mappare. Non a tavolino, ma entrando in contatto con i gruppi, i comitati, i movimenti, le forme di libera associazione esistenti.
In fin dei conti il lavoro di ricomposizione di una sinistra è oggi così difficile proprio perché la globalizzazione liberista ha frantumato il “blocco sociale” - come si sarebbe detto una volta – che reggeva quelle ipotesi politiche (socialdemocratiche e comuniste) di alternativa e di visione del mondo. Da questo punto di vista rievocare semplicemente la “sinistra” non è sufficiente. Ha ragione Luigi Lombardi Valauri quando ci ricorda che sarebbe meglio parlare di cosa è giusto e di cosa è sbagliato, essendosi ormai - nel tempo e nella pratica concreta dei partiti - confuse e screditate le liste dei valori di riferimento della sinistra e della destra. Ma io penso che abbia anche ragione Nicoletta Pirotta, quando ci ricorda che alla disgregazione politica della sinistra corrisponde un’egemonia nei fatti sempre più dispotica, populista, incivile di un blocco politico reazionario, se non volgiamo chiamarlo di destra. Sempre più pericoloso proprio perché si rende conto che il sistema di accumulazione capitalistica si è inceppato e che il corrispondente modello sociale di facile arricchimento non attrae e non inganna più nessuno.
La crisi sta illuminando molti: i danni (umani, sociali, naturali) superano i vantaggi. Il turbo capitalismo ha intossicato gli individui e l’ambiente. Sentiamo, quindi, l’urgenza di dover cercare risposte all’altezza delle questioni in gioco – che non possono non essere “sistemiche”, di dimensione globale – e però siamo consapevoli delle difficoltà che derivano dal dover ri-creare, re-inverare e ri-socializzare la “tavola dei valori e dei principi” che un tempo era implicitamente contenuta nel concetto di “sinistra”. In altre parole, non possiamo rinunciare a quel “desiderio sproporzionato” (per usare l’espressione di Luisa Muraro) di cambiare la realtà che “illumina la nostra esistenza e che è il senso dell’essere”, solo perché siamo consapevoli dei nostri limiti e delle nostre inadeguatezze. Dobbiamo riscrivere un alfabeto condiviso: equità e sostenibilità; democrazia e autonomia; diritti e inclusione; libertà e autogoverno… Penso alla nostra Rete come uno spazio aperto, pubblico, permanente di analisi delle trasformazioni sociali, ambientali, istituzionali al servizio dei movimenti di lotta per i diritti umani e la salvaguardia della natura. Penso alla “officina delle idee” come ad un network tra tanti nodi (Pensare a sinistra, Transform, Rete per la decrescita, amici di Mario Agostinelli, amici di Raniero La Valle…).
Giuliana Beltrame si chiedeva se anche l’espressione “nuovo soggetto politico” non sia logorata e non sia un gioco di parole che alla fine si riduce a significare comunque “partito”. Penso che la parabola di quella forma di organizzazione (almeno per le forze che non si vogliono appiattire nel gioco truccato delle elezioni post-democrtiche) non debba essere un impedimento per la vita eterna a trovare tra persone, gruppi e movimenti impegnati nella lotta per la trasformazione sociale forme di relazione, di empatia e di comunanza, al proprio interno, e di moltiplicazione delle loro capacità di convinzione, all’esterno. Il lavoro concreto della Rete dovrà quindi dirci se sarà possibile “rigenerare” anche il concetto di organizzazione politica, fuori dai modelli d’annata, lontano dallo “spettacolo osceno del potere” (come direbbe Slavoj Žižek). Pino Ferraris ci ricorda sempre che autonomia significa capacità di uomini e donne liberi darsi volontariamente regole condivise. Alcune risposte del tutto innovative le abbiamo cominciate a abbozzare con la Carta delle regole: orizzontalità, inclusione, confederalità, pariteticità, auotrappresentanza… Proviamo a proporci con questo spirito a quanti lottano con noi, quotidianamente, nei territori, nei luoghi di lavoro.
Paolo Cacciari
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