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Intervento di Anna Picciolini alla due giorni PDF Stampa E-mail
Martedì 24 Novembre 2009 21:13

Poco più di un anno fa molti e molte di noi erano a Palazzo Vecchio per affrontare il tema : Di chi è la politica? Le diverse forme e modi dell’agire politico. Adesso la sede è meno istituzionale, siamo in una Casa del popolo, il numero è più o meno lo stesso, ma non siamo le stesse persone. On soltanto come dato anagrafico, ma perché proprio non siamo le stesse: tante, troppe cose sono successe nel periodo che è trascorso e sono diversi i nostri obiettivi. Non saprei dire se meno o più ambiziosi, ma diversi e diverso è il modo come stiamo cercando di raggiungerli.

Del percorso che ci ha condotto qui Stefano Falcinelli ha detto come siamo arrivati qui e perché. E comunque ne avete letto sul sito e nei documenti in cartella. A me tocca un compito modesto, ma non semplice: quello di spiegare la forma di processo decisionale partecipato che utilizzeremo per una metà dei nostri lavori.

 

Partecipazione e decisione sono le due parole chiave: la democrazia rappresentativa che costituisce l’architrave della nostra Costituzione presenta non pochi elementi di crisi. Da alcuni anni, anche sull’esempio di esperienze straniere, ma non solo, si sono proposti in Italia modelli di partecipazione democratica. Visto che questa non è una lezione, ma un’introduzione ai nostri lavori, mi limito a ricordare le esperienze di bilancio partecipato che abbiamo conosciuto nei social forum e sperimentato in qualche ente locale anche in Italia. Qui in Toscana abbiamo avuto un percorso interattivo fra cittadinanza e Consiglio regionale per la formulazione della Legge regionale sulla partecipazione. Al di là dell’esito e dei limiti di applicazione di quella legge, molte e molti di noi hanno sperimentato la formula dell’electronic Town meeting o, in altri casi, quella dell’Open Space technology,

Facendo tesoro di queste esperienze abbiamo deciso di sperimentare qui un percorso partecipativo originale per tenere insieme due esigenze: quella di favorire la massima partecipazione possibile alle decisioni e quella di arrivare alle decisioni con il massimo possibile di condivisione di informazioni. Decisionalità e partecipazione: invece di essere giocate l’una contro l’altra (quando la decisionalità si chiama governabilità) diventano le chiavi di volta di una democrazia più avanzata.

Anche su questo avete probabilmente letto sul sito e nelle cartelline: mi limiterò quindi a riassumere le tappe essenziali del processo a cui stiamo per partecipare.

 

All’atto dell’iscrizione vi è stato dato il numero di un tavolo: alla fine di questa breve introduzione lo raggiungerete e vi troverete in un gruppo di 10-12 persone. Sul sito da qualche giorno è comparsa, alla fine di un documento diciamo così, di spiegazione metodologica, una richiesta: avere la disponibilità di un numero di persone equivalente a quello dei tavoli, una decina, per svolgere la funzione di facilitare il dibattito. Sulla base di queste “candidature”, abbiamo potuto condividere con chi svolgerà oggi questa funzione alcune riflessioni sulle modalità di gestione dei tavoli.

A loro il compito di guidare la discussione sul documento, e di condurre il gruppo raccolto intorno al tavolo a produrre un testo che si misuri puntualmente con le proposte in esso contenute.

Abbiamo buona parte della giornata per fare questo. A metà pomeriggio, conclusi comunque i lavori dei singoli tavoli, si riapre la plenaria. Ed è una plenaria tradizionale con all’odg il complesso tema dell’agenda della sinistra: proprio l’agenda, cioè l’elenco delle cose da fare, nell’ordine in cui si pensa sia più opportuno farle per avere dei risultati.

Contemporaneamente una specie di “meta-gruppo”, composto da una o due persone per tavolo (più Chiara Giunti e io, in funzione di raccordo), preparerà il documento generale, sintesi di quelli dei gruppi, da presentare a tutti/e la mattina dopo.

 

A questo punto due ultime osservazioni. La prima potrà sembrare strana, ma è necessaria: la plenaria che aprirà la mattina di domani non è un’assemblea normale, ma è sostanzialmente l’insieme dei gruppi che hanno lavorato nei tavoli. A ciascuno/a verrà consegnata copia sia del documento generale che dei documenti /verbali sintetici di ogni gruppo. Il documento non può essere rimesso in discussione da chi, per vari motivi, non ha partecipato ai gruppi del pomeriggio di sabato, pena l’insuccesso dell’intera sperimentazione, che vede il suo punto di forza nel nesso fra condivisione delle informazioni, discussione e decisione collettiva. Si presume che chi ha partecipato ai lavori di oggi pomeriggio si riconosca nei documenti del proprio gruppo.

Il documento conclusivo deve essere tale da poter essere votato, per punti e nel suo complesso, in poco tempo, con brevissimi interventi a favore/contro nei punti di divergenza. Tutti/e hanno avuto modo di intervenire il giorno prima.

Quando si vota, ovviamente vota chi è presente, anche se non c'era il giorno prima.

 

L’ultima cosa da dire: stiamo sperimentando nuove forme politiche, per arrivare a decisioni partecipate. A chi riduce sempre più la politica alla scelta fra uomini (e il maschile non è casuale!) rispondiamo sperimentando un processo condiviso per scegliere fra ipotesi politiche, punti programmatici. Sperimentare, negli stessi due giorni, ma su due temi diversi all’odg, due modelli partecipativi e decisionali diversi, vuol dire proprio sperimentare, nel senso che il termine ha nella cultura scientifica. Pensiamo che alla fine risalterà la maggior efficacia di un nuovo modello, rispetto a quello assembleare, anche soltanto in termini di partecipazione e coinvolgimento consapevole delle persone.

Quando, nella seconda metà degli anni ‘60 e prima del 1968, si passò dalle elezioni dei parlamentini universitari alla valorizzazione dell’assemblea come momento decisionale, chi c’era e lavorava in questa direzione fu accusato di compiere una scelta antidemocratica e paragonato agli antidemocratici di varie parti del mondo che escludevano dal voto le donne, i neri, gli stranieri: “non vota, perché non va in assemblea” si disse, come un’accusa. Oggi possono essere messe in discussione le condizioni di legittimità di un’assemblea, ma non il valore democratico di una decisione assembleare.

Proviamo a fare un passo in avanti: a costruire cioè momenti in cui la decisione sia strettamente connessa alla partecipazione alla discussione e alla condivisione delle informazioni necessarie per discutere. La democrazia elettorale, con i suoi limiti, ma con il suo principio vitale, quello per cui si decide “una testa un voto” non ne viene compromessa, ma può invece risultarne rivitalizzata.

Grazie e buon lavoro!

 

 

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