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Articolo di Andrea Bagni su Carta PDF Stampa E-mail
Venerdì 13 Novembre 2009 11:46

A scuola stamani, classi aperte, autogestione – cioè un bel casino. Un gruppo che vede in aula magna Across the universe, un altro che suona in auditorium, altri che parlano di sesso. I più “politici” leggono l'Aprea (capendoci il gusto) e organizzano incontri sul 68 e gli anni sessanta. Che vanno sempre forte. Però è chiaro che qui quello che conta è incontrarsi fuori dei tempi e degli spazi chiusi dell'istituzione. Fare nuove conoscenze, umane. Essere gruppo, prendere la parola - anche se non si sa bene cosa dire. Conta esserci. Forse addirittura essere comunità, anche se incasinata. Tutti dicono “la nostra scuola” e si sente una specie di orgoglio o addirittura di affetto.
Per email mi arrivano le analisi adulte: le occupazioni di quest'anno sono fallite, chiarezza di obiettivi zero, risultati raggiunti zero; è mancata una sponda dalla sinistra, un soggetto politico che offrisse una riflessione complessiva che spiegasse. Una sintesi, un orizzonte in cui inscrivere i bisogni. Un partito. Analisi sballate, vecchie di un secolo. Si continua a guardare con le stesse lenti un mondo estraneo a quelle categorie – partiti “pedagogici”, movimenti portatori di istanze cui offrire sbocchi etc. E allora quelle categorie diventano lenti deformanti. Desiderio di autoconservazione, impossibile. Da qui la depressione nera di certa sinistra.
Alle Piagge due domeniche fa l'ultima messa di Alessandro Santoro. Un'altra storia di comunità politica, esistenziale, dai legami affettivi fortissimi. Nulla a che fare con le scuole, certo. E tuttavia bisogno di vicinanza, di relazioni significative, di una specie di famiglia – aperta però alla strada, agli ultimi, agli esclusi. Quand'è che una comunità diventa politica, non comunitarismo nimby? E c'entra ancora qualcosa con la sinistra? Non ho le idee chiarissime, però credo che senza legami relazionali non ci sia demos né democrazia né sinistra; senza l'orizzonte simbolico di una cittadinanza politica, diritti uguaglianza libertà, non c'è salvezza dal leghismo (che cresce anche in Toscana). Rispondere alla crisi economica non è cosa diversa da uscire dalla crisi di democrazia: è ricostruire soggetti, conflitti, identità, spazi pubblici. Il materiale e l'immaginario, l'economico e il simbolico stanno nelle stesse soggettività. Le costruiscono.
Sempre alle Piagge, durante Dkm0, non è che si parlato molto di sinistra. Soprattutto non si è parlato di partiti di sinistra. Giustamente. C'era Ferrero che ha solo ascoltato. Gesto finalmente rivoluzionario. Si è parlato di territori, di beni comuni, di acqua – e dei clandestini che l'attraversano. Si è parlato di pratiche concrete, cose comuni, res publica. Di persone che si incontrano e nell'incontro ridefiniscono le categorie politiche: se non ho capito male, sinistra e destra se avranno senso si vedrà. In un certo senso si è parlato soprattutto di altre istituzioni. Qualcosa che nasce e resta nella società, non costruisce palazzi. Per tutto questo c'è bisogno ancora di una rappresentanza, oltre quella ravvicinata municipale? C'è bisogno di un gruppo parlamentare, di un parlamento, di una sinistra?
Per quelle/i che il 21 e 22 novembre si ritroveranno a Firenze credo che la dimensione politica del fare società sia non solo riconosciuta, ma sentita come centrale e fondativa. Però fondativa di qualcosa che continua a ritenere possibile occuparsi di istituzioni nazionali, non solo municipali. Di stato. Continua a provare con la costruzione di una sinistra nuova. Una post-sinistra. Niente a che vedere con l'economicismo, con la nostalgia del conflitto esclusivo capitale-lavoro, con l'anticapitalismo dichiarato e mai pensato o praticato. L'orizzonte è quello delle ragazze e dei ragazzi di oggi – quelli incasinati delle occupazioni che hanno un sacco di desideri, pochi spazi e pochi strumenti. L'orizzonte è quello della comunità che viene, del femminismo e dell'ambientalismo. Oppure è meglio occuparsi d'altro. Se non esiste qualcosa da rappresentare, non si pone proprio il problema della rappresentanza. Qualcosa che sia una tessuto politico, non solo elettorale. E poi non è nemmeno una questione di “rappresentanza”. Quel tessuto non è solo società civile che si limita a delegare e poi tenere gli occhi addosso ai “politici” come opinione pubblica: è subito tessuto di relazioni che incarna valori, che allora non sono più retorici. È polis agorà repubblica. Non chiede di essere rappresentato per avere voce ed esistere nelle istituzioni, come fosse altrimenti muta e insignificante politicamente. È capace di autorappresentarsi, ma non cresce facilmente nella chiusura squallida, pornografica, della politica spettacolare di oggi: ha bisogno di spazio, di voce, che si aprano contraddizioni e luoghi di autonormazione. Perché poi le leggi esistono e incidono nei nostri territori, nelle nostre vite. Non siamo indifferenti, impermeabili, al riparo dagli stati che non sono scomparsi anche se sono i terminali di organismi sovranazionali. Fanno cultura gli stati. Con il loro “scandalo”. Occuparsi dello stato di diritto non è riproporre semplicemente l'armamentario ideologico liberal-democratico (ha scritto Paolo Cacciari benissimo della sua crisi): è garanzia di una dimensione altra, non violenta, non militare della politica. Possibilità delle piazze, delle scuole, delle strade, come luoghi pubblici di confronto e relazione. È difendere la Costituzione perché parla dei corpi intermedi della società, non solo dei vecchi partiti. Movimenti, comunità locali, associazionismo. Ed è anche sapere che senza una dimensione costituente diffusa una costituzione vive solo sulla carta. È offrire uno spazio di esistenza a quella parte della cittadinanza che soffre lo scandalo della cultura istituzionale italiana; sente l'emergenza democratica, la videocrazia assolutistica, la fine della divisione dei poteri come scomparsa di limiti agli esecutivi e alle loro polizie. La riduzione della democrazia a telecomando. Sono le persone che vanno a votare per le primarie del PD anche se sono lontane dall'appartenenza al partito. Quei limiti al potere per noi sono spazi di relazione e di azione. Di vita e di polis.
L'idea è dare vita a qualcosa che non sia riproposizione di vecchie letture ma neppure solo somma di realtà locali. La somma credo non basti a darci una soggettività politica all'altezza di questo disastro. È necessario un salto di scala. Non la solita sintesi universale ma una soggettività fluida, magari anche un po' destrutturata e tuttavia attraversata da un filo, da un pensiero e da un sentimento comune. Un soggetto che tenti di mettere in movimento di nuovo il quadro complessivo deprimente della sinistra, non come appello o coordinamento. Non pensando a una autoriforma della sinistra. L'abbiamo capito che da lì non si passa. Si può provare però a cominciare da altro, da fuori. Da noi stessi. Dal nostro disincanto anche, che è una forma lucida di conoscenza. Però senza smettere di tentare.

Andrea Bagni

 

Commenti  

 
0 #1 Gianni Lamagna 2009-11-17 18:19
Interessante, soprattutto il riferimento all'"ascolto" di Ferrero e al senso della comunità della parrocchia delle Piagge.Le primarie sono solo un surrogato della vera partecipazione!
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