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Andrea Bagni sulla due giorni PDF Stampa E-mail
Martedì 01 Dicembre 2009 11:11

Arrivi e nella Casa del Popolo fiorentina è in corso l'arredamento. Bizzarro. Tanti tavoli ai lati del salone, separati da pannelli. Sedie intorno e carta. Sui pannelli due grandi fogli che sembrano lavagne: in alto il numero del tavolo, sotto l'indice dei punti da discutere, 1a, 1b, 1c, 2a 2b eccetera, e lo spazio per registrare quale paragrafo si è concluso, su quale si sta discutendo e così via. Sembra un esperimento di quelli un po' da laboratorio, che richiedono nomi inglesi: open space technology, town meeting eccetera. Però è anche buffa questa struttura modulare di box, una serie di nicchie dalla prossemica intima, ravvicinata. Durante tutto il sabato, intorno ai tavoli, dieci-dodici persone parleranno faccia a faccia per più di cinque ore. Donne e uomini, una volta tanto anche ragazze e ragazzi. Tutti sullo stesso tema e sullo stesso testo, diviso in sezioni e sottosezioni. Sulle regole della politica, sulle organizzazioni “disorganizzate”, a rete, non piramidali o verticistiche; sulla forma delle discussioni e delle decisioni; sul rapporto fra l'esserci, la democrazia diretta, il dare deleghe o mandati; sulle rotazioni degli incarichi, il sorteggio dei nomi. Sul rifiuto del professionismo della politica – ma anche sul rischio di disuguaglianza della partecipazione, legata alle differenze di genere, di tempo, di denaro, di strumenti per prendere la parola e contare.

L'esperienza diciamo subito che è strepitosa. Tempi distesi, si parla tutte e tutti, si dice chi si è, da dove si viene, si raccontano le proprie esperienze. Un mare di storie personali, di associazioni e di comunità. Nei gruppi c'è chi viene dalle due federazioni uscite (male) dalle europee, più o meno dissidente. O viene da fuori, dalla società: disincantato assai ma in cerca di qualcosa di sinistra. Fra i tavoli si aggira un fantasma, l'incubo che si voglia fare un altro partito – orizzonti universali, sintesi di vertice, strutture piramidali, leaderismo e affidamento al capo, l'ossessione delle scadenze elettorali, posti da conquistare e da distribuire agli amici. Lo ripetono in tanti, ai tavoli e nell'assemblea che tira le fila: qui si cerca di avviare un processo politico, non di lanciare sul mercato una sigla elettorale. C'è anche un sogno, però, che si possa fare una rete di soggetti pensanti, una ragnatela sottile magari ma di nodi doppi: stretti al proprio territorio, alle relazioni sociali e alle loro invenzioni – gas, commercio equo, microcredito, decrescite, altreconomia... E legati fra loro in una dimensione nazionale che non sia solo una sommatoria di associazioni né il vecchio luogo della sintesi. Casomai una sintesi dei luoghi. Un tessuto di radici ma anche di rami alti, in grado di allargarsi nell'orizzonte complessivo della crisi economica, insieme crisi di democrazia. L'idea di una sinistra nuova più che di una nuova sinistra.

Nella plenaria qualcuno dice anche, ormai bisogna distinguere fra scelte giuste e sbagliate, non più fra sinistra e destra. Qualcuna risponde, non so se esiste la sinistra, però sto al nord e sono sicura che esiste la destra. Una destra indecente. E però forse è vero che non conta più di tanto come ci si dichiara ma cosa si fa, cosa si pensa e si vive. Se si riesce a costruire (meglio, se riesce a costruirsi) una soggettività che incida sul piano della cultura diffusa e anche istituzionale. Che aiuti il lavoro sottotraccia delle radici. Che crei comunità ma non comunitarismi. Relazioni aperte, inclusive. Fratellanza insieme a libertà e uguaglianza. Forse sta ancora tutta qui la sinistra. E forse anche a questo pensava chi ha parlato in assemblea di un bisogno di spiritualità, laica.

La mattina della domenica l'assemblea è sul documento che ha raccolto le proposte di tutti i tavoli (messo insieme la sera prima da chi ha verbalizzato nei gruppi). Il rischio di una valanga di emendamenti o di una discussione che si riapre su tutto poteva essere altissimo. Invece lì avvene proprio un piccolo miracolo. Si parla della forma partito del novecento, del leaderismo di allora e di adesso (diversi), di come si decide: con “largo consenso” o con il voto; si discute sul rapporto fra maggioranze e minoranze, del rischio di frammentazione e del patto condiviso da far vivere nella partecipazione continua. Però gli interventi restano legati al testo elaborato e alla fine ogni discussione si chiude con una soluzione formalizzata e riconosciuta collettivamente.

Casomai è nell'assemblea sull'agenda dei temi che la forma della assemblea plenaria mostra i suoi limiti. All'ordine del giorno è l'orizzonte complessivo del disastro italiano. Lavoro e crisi economica, scuola e università, democrazia e razzismo, grandi opere e beni comuni. Berlusconismo. La situazione è drammatica e le forze nostre in campo drammaticamente esigue. Facile deprimersi. Facile anche che l'attenzione si allenti: ci diciamo cose che sappiamo troppo bene e sulle quali sappiamo troppo poco che fare. Forse bisognerebbe lavorare anche sulle questioni sociali ed economiche in modo diverso, ravvicinato. Prima di tutto per approfondire l'analisi in chiave più personale, ascoltando narrazioni e territori, cercando linguaggi nuovi, fuori dalle sintesi generali delle assemblee, dove la tendenza di chi parla è parlare di tutto, in forma saggistica se non di trattato. Ma poi perché c'è qualcosa che non va secondo me nella struttura del ragionamento. Sembra sempre che dobbiamo elaborare analisi compiute, formulare proposte e portarle nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche. Spiegare che sono le soluzioni giuste. Ma perché mi suona così difficile e stanca questa idea dello spiegare convincere mobilitare? È un po' troppo pedagogica forse. Non parte da nessun movimento reale che cambia lo stato di cose eccetera. Lo propone. Ne motiva l'importanza, l'urgenza. Lavora sul dover essere. Si fa lezione più che ascoltare, sentire le voci di dentro. Allora le parole, le proposte di politica economica (pure sacrosante) separate dal resto, rischiano di apparire un discorso di cui è andata perduta la grammatica – che da quel resto anche nasceva. Che ha bisogno di identità, orizzonte simbolico, relazioni di cittadinanza. Dignità del lavoro. Non si costruisce un soggetto politico se non esiste una soggettività, sociale ed esistenziale.

Forse è proprio la democrazia, la cittadinanza, la disponibilità dei beni comuni, la pratica degli spazi pubblici, un elemento determinante per ricostruire soggettività. Tutto sommato quello che fa la Lega, che non risolve certo i problemi di salario ma dà soddisfazione al bisogno di comunità senza cittadinanza: chiusa esclusiva organica. Comunque all'altezza, se non dei desideri, delle paure diffuse nel deserto nero delle solitudini. Risultato della disintegrazione delle relazioni sociali e di classe, ma anche terreno su cui allacciare relazioni nuove e fluide, post-identitarie. Attraversate dal senso ecologico del limite come dalla pratica delle frontiere – cioè dal desiderio della liberazione dai limiti del capitale. Invito ai viaggi. Alla creatività di sé e del mondo.

 

Andrea Bagni

 

Commenti  

 
0 #1 giulia ambusta 2011-10-20 15:08
"L'idea di una sinistra nuova più che di una nuova sinistra." Frase che spero un giorno, ripetendola, possa suonare qualcosa di lontano, che non ci appartiene; poichè ciò è già realtà........ ma nonostante la speranza sia l'ultima a morire(come si dice), è anche vero che a tutto c'è un limite, ed esso l'abbiamo oltrepassato ormai da un pezzo purtroppo....
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